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29.01
Calcio: il disastro del Maracanà, il gol di Ghiggia e il più grande dramma sportivo della storia

I mondiali si avvicinano e Yupper dedicherà una serie di racconti ai più grandi avvenimenti della storia dei Campionati del Mondo di Calcio. Quest'oggi si parla della finale del 1950 tra Brasile e Uruguay.

Quella palla che scendeva, librata in un volo malefico sopra la testa dei calciatori, scendeva, lo stop, una finta, uno scatto rabbioso sulla fascia, cambio di direzione verso la porta, il portiere pronto, accenno d’uscita, ritorno sui suoi passi, la palla scagliata rasoterra, che rotola e rotola, e rotola e rotola. Poi lo sguardo al cielo, al pubblico, un’immagine indelebile.

Fu un fulmine a ciel sereno. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe successo per davvero, nessuno, inutile domanda. Proprio qui per giunta, nel loro tempio, in mezzo ai loro devoti. La caduta degli dei non era stata nemmeno messa in conto, non la si poteva prevedere. Loro avrebbero fatto felici tutti gli altri, ed erano tanti, molto di più dei quasi centosettantaquattromila presenti, erano tanti di più, una nazione intera. Quella che sarebbe dovuta essere una festa piena di cori, fumogeni, danze notturne e grida divertite divenne un lungo e assoluto silenzio. Solo qualche singhiozzo a interrompere l’assenza totale di suoni. Un luogo immenso, completamente afono, che guardava il nulla con occhi persi in un profondo dolore. Ed era dolore vero, che quasi non poteva essere ignorato. Lo si sentiva proprio nell’assenza, nella totale mancanza di rumori.

Eppure sarebbe potuta essere la festa più bella del mondo, mancavano solo quei novanta minuti, l’ultima partita del girone, quella tra le squadre più forti, che poi lo sapevano tutti che c’era una squadra più forte ed era la squadra di tutti. Brazil, brazil, brazil. Brazil. La terra sembrava tremare sotto il Maracanà quel giorno. Tremava a tal punto che quasi intimoriva chi in campo cercava di dare dei calci al pallone. Le gambe erano molli, i gol non arrivavano. Poi un lampo. Il pallone calciato lungo rasoterra, uno scatto dalla fascia a recuperarlo, lo stop, il tiro, il portiere che non trattiene e quasi accompagna il pallone in rete, perché nello sport c’è sempre una giustizia e far patire così tanto tutte quelle belle persone che aspettano solo il pretesto per ballare sarebbe stato di cattivo gusto. Friaça. Una mano sulla bocca, occhi in creduli a cercare sua maestà Ademir. I gol erano roba sua e quasi voleva scusarsi per aver azzardato tanto. Lo abbracciarono, lo strizzarono. Tutto sembrava finalmente andare per il verso giusto.

La giustizia però è questione delicata, un filo sottile tra convenienza e crudeltà, una lunga ragnatela che prova a stendersi nel campo, che fa calare la nebbia di fumogeni festosi, di canti e di balli. Poi una palla che si alza nel cielo, che come un aquilone plana verso i piedi di Schiaffino. Il controllo, l’avversario superato. Il Gol. 1-1. Palla al centro.

Ademir guarda il pubblico. Lui è il profeta, gli spettatori i suoi auditori. La mano che si alza ad indicarsi. “Ci penso io” sembra voler dire, i cori iniziano di nuovo, i cori sono assordanti, incitano la perla, il mascellone volitivo, i suoi baffetti da divo del cinema americano, la sua eleganza palla al piede, il suo scatto che cerca di seminari metri e avversari, il suo tiro, potente e preciso. Fuori. Ma di un soffio.

L’amaro, amarissimo, che fa scordare il dolce. Un vento che spazza via gioia e passione. Tre giorni di lutto nazionale. Ademir che saluta, a testa bassa battendosi il petto quasi a voler dire a tutti “è colpa mia, è colpa mia”, quattro persone si accasciano al suolo, gli occhi spalancati e senza vita, il cuore fermatosi dal dolore. E poi pianti, mani in faccia a coprire gli occhi, nasi costipati. Tra questi un viso lungo, da nobiluomo inglese, coi capelli tirati all’indietro in un ciuffo ribelle. Le mani sui fianchi, il sorriso compiaciuto da scugnizzo, malandrino. La disperazione degli altri accresceva la certezza di aver fatto l’impresa. Più è amara la sconfitta altrui, più dolce la propria vittoria, soprattutto dopo che quella palla era entrata, piano piano, centimetro dopo centimetro. Che poi piano piano non fu, fu un missile, ma nessuno lo ricorda. La disperazione cancella, rallenta, cambia i connotati alle cose aumentandone la sofferenza.

Ghiggia alza la coppa, con lo stesso sorriso, lo stesso ghigno da chi sa di aver fatto l’impresa.

Giovanni Battistuzzi



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