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17.02
Calcio: il gol non gol che salvò la regina

Erano i Campionati del Mondo del 1966 in Inghilterra quando in un Wembley strapieno gli inglesi vinsero grazie al più discusso gol non gol della storia.

Paint it black e Paperback writers, Rolling Stone e Beatles, tutti impazziti per il rock inglese. Cappelloni e basettoni, il mondo che si svegliava, iniziava a protestare, ma ancora piano, ancora a tratti.

L’Inghilterra è il centro di questo mondo. Certo i Beatles, certo i Rolling Stone, ma anche Kinks, Animals, Who, British Invasion, Londra capitale della musica. E del calcio. Mondiali. Dio salvi la regina, l’inno risuona in un Wembley gremito, 93 mila spettatori, lei, Elisabetta II, seria e orgogliosa di quegli uomini in calzoncini che non solo si giocano la finale ma l’orgoglio stesso della nazione. Vent’anni sono pochi per dimenticare bombe e conventrizzazioni, pochi per scordare orrori e disgrazie. La regina lo sa, gli uomini in campo lo sanno, i tifosi lo sanno e quella sfida contro i tedeschi rappresenta una possibilità di redenzione, di rivalsa, di rivincita e vendetta, sportiva s’intende.

L’Inghilterra è il centro del mondo, ma lo era anche prima. Loro i maestri, gli inventori del Football, i grandi e gloriosi insegnanti. Ma insegnanti perdenti. Mai una gioia, né coi club, né con la nazionale, nonostante il calcio più bello, più antico, più vero. Solo, si fa per dire, due ori olimpici, ma vecchi di sessant’anni, nonostante i Billy Wright, i Tom Finney, i Vivian Woodward.

La regina saluta con il fazzoletto, i capitani si scambiano una stretta di mano e i gagliardetti. Loro due che più diversi non si potrebbe. Uwe Seeler, basso e tracagnotto, brutto e pelato, attaccante, un iradiddio, Bobby Moore, alto e possente, bello e riccioluto, un Attila di precisione e di anticipo. L’Inghilterra per la prima nella storia, la Germania per bissare il 1954, per dimenticare la parentesi brasiliana e l’ingiusta eliminazione cilena, ai quarti contro la Jugoslavia.

Tedeschi in bianco, inglesi in rosso. Fischio d’inizio. Lo stadio urla di cori e incitamento, di passione e spirito inglese. Lo stadio è un tripudio di voci all’unisono, la regina sorride, poi tutto cambia, tutto si azzittisce, tutto è un vuoto di fiato e di cuore. Sigi Held che alza un pallone da sinistra, che scende in area, Alan Ball che di testa lo prova a spazzar via, la palla che arriva sul piede di Helmut Haller che stoppa di destro e di destro tira, la palla che gonfia la rete, la Germania in vantaggio, i tedeschi che esultano, gli inglesi in silenzio. Dio salvi la regina, non un inno, un obbligo.

L’Inghilterra ferita si getta in avanti. Jimmy Greaves, il più forte attaccante inglese, in panchina, infortunato, in avanti il suo clone, meno forte, meno bello, meno amato. L’Inghilterra si affida a Bobby Charlton, il sopravvissuto (del disastro aere di Monaco che spazzò via quasi tutto il Manchester United), l’elegante, il baronetto, ma Bobby fatica, marcato, picchiato, accerchiato. Bobby va a terra, punizione. Lui e l’altro Bobby, Moore, si guardano, si capiscono. Il capitano sistema il pallone, ma Charlton marcato da due panzer, si cambia, palla in mezzo verso Hurst, solo, di testa, gol. 1-1, la regina esulta, l’Inghilterra ci spera.

Due fischi, spogliatoio, poi di nuovo in campo. Secondo tempo, la partita è tesa, nessuno vuole sbagliare, nessuno prova a rischiare.

Poi un lampo. Charlton dalla bandierina, pallone sporcato che esce dall’area, Hurst che tira, ma è tiro debole diretto verso le mani sicure del portiere tedesco, in mezzo ci si mette Hoettges che devia il pallone che si fa campanile e scende sul piede di Peeters. Tiro. Gol. Wembley si accende, divampa. Sogna. Sta già per esultare, campioni del mondo, poi un colpo al cuore e allo spirito. Punizione, la barriera sporca la conclusione, Held che recupera, avanza, tira, ma male, colpisce Schnellinger per caso, Seeler la buca, Weber ci si avventa, la tocca in spaccata, gela l’intera Inghilterra. 2-2. Proprio lui che non segnava mai, il ruolo del resto è nemico, difensore centrale.

Supplementari per la prima volta nella storia. Un’altra mezzora di sofferenza.

A centrocampo si lotta, Charlton marcato, asfissiato, due sempre su di lui, come per novanta minuti. Ma Bobby è testardo, Bobby non è capitano, ma mente e piedi delicati, polmoni e bandiera, voglia di vincere. Bobby si libera, guarda compagni e avversari, lancia lungo, sulla destra, sulla fascia, lì dove Ball corre e riceve il pallone, scatta, accelera, arriva sul fondo, di prima la mette nel mezzo. E in mezzo c’è chi la partita l’aveva pareggiata, chi non ci doveva essere ma c’è, il sostituto, colui che sarebbe diventato eroe, suo malgrado. È solo, ancora una volta, stoppa, ma non bene, se l’allarga, poi con una giravolta riesce a tirare. Il pallone si alza, obliquo, quasi verticale, potente e cattivo. Incrocia nella sua traiettoria la traversa, rimbalza all’ingiù, rimbalza sulla linea, viene spinto fuori. Hurst guarda l’arbitro, così come tutti. L’arbitro guarda il guardalinee, così come tutti. Wembley trattiene il respiro. Dienst, l’arbitro, e Bachramov, il guardialinee, si guardano, gesticolano, uno svizzero, l’altro russo. Provano a capirsi. Gol o non gol? Gesticolano ancora, la mano dell’arbitro si alza, indica il centro del campo. Gol. Hurst esulta, viene abbracciato, alzato in trionfo da Peeters. 3-2. Il dubbio che logora i tedeschi. Gol o non gol? Gol per l’arbitro, non gol per tutti, moviola compresa, ma è Dienst che decide, gol. Inglesi in festa, tedeschi truffati. È il calcio, bellezza.

La Germania di rabbia e incoscienza in avanti, i rossi a difendere e a ripartire. I bianchi che ci provano e sperano, l’Inghilterra che non molla l’osso, che si fa muro. Il cronometro che avanza inesorabile, giudice ultimo di vittoria e sconfitta. La difesa dei rossi che spazza un’ultima volta, l’ennesima, Hurst che si invola da solo, che corre verso la porta, che entra nell’area, che lascia partire un siluro che si infila all’incrocio dei pali, che segna e completa l’impresa. E poco importa all’arbitro dei tre dirigenti in campo a seguire l’azione. Tre gol in finale. Tre gol di giubilo e incredulità. La regina che esulta, l’Inghilterra intera ad abbracciarsi, che porta in trionfo colui che in campo non ci doveva essere, il sostituto, l’altro. Rosso inglese, rabbia tedesca, giallo arbitro, colori di un bianco e nero di un tempo.

Giovanni Battistuzzi

 

Dopo il disastro del Maracanà, la seconda puntata sulle grandi partite della storia dei Mondiali di calcio.





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