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30.10
Calcio: il falso nueve, la Roma di Garcia e l'insegnamento di Guttmann

I giallorossi stanno dominando il campionato italiano grazie ad una formazione senza centravanti di ruolo, così come in Spagna vince il Barcellona di Martino. Ma chi è l'inventore del falso nueve?

Nove su nove. È il ruolino di marcia della Roma di Garcia. Nove vittorie in nove incontri, secondo miglior attacco della Serie A con 23 reti (ma l’Inter, a oggi, ha una partita in più), e miglior difesa, un bunker che ha subito solo un gol. Cifre da capogiro, bel gioco e una squadra che azzanna tutti gli spazi offensivi con una voracità atavica. E tutto questo senza un centravanti di professione, un nove vero, almeno sino all’infortunio di Totti. Perché vincere senza un centravanti si può, ma è storia antica, ben più antica di quello che si è portati a pensare.

Il falso nueve -  Negli ultimi anni l’exploit del Barcellona di Guardiola, del tiki taka, del possesso di palla esasperato ma funzionale alla creazione dell’azione per liberare spazi in avanti, ha portato in auge l’idea che non serva il centravanti e che il gol sia solo una questione collettiva, di gestione di spazi. Il che è vero, indipendentemente se davanti si schieri un marcantonio da area di rigore o uno che è nato centrocampista. E così il Messi ‘guardioliano’ e ‘martiniano’, il Totti ‘garciano’ ora e ‘spallettiano’ un tempo, il Vucinic o il Giovinco delle prime due versioni della Juventus ‘contiana’, sono diventati esempi di questo cambio di tendenza, così come lo era stato Rooney, attaccante universale, nel penultimo Manchester United targato Ferguson. Lo chiamano falso nueve, perché un tempo, quando ancora si scendeva in campo con le magliette dall’uno all’undici, Cruyff escluso, il numero nove era cosa riservata alla punta. Termine spagnolo, ma che di spagnolo ha poco, quasi nulla.

Hamis kilenc – Riavvolgiamo il nastro della storia del calcio. Immediato dopoguerra. Ungheria. Il Kispest, che dopo pochi anni divenne la squadra dell’esercito magiaro e cambiò il nome in Honved, era allora allenato da Bela Guttmann, non uno qualsiasi, ma in pratica l’inventore del 4-2-4 con il quale Telè Santana nel 1982 fece innamorare tutti gli amanti del calcio. Calcio offensivo il suo, con due interni di centrocampo che doveva impostare l’azione, due esterni che dovevano tagliare al centro, una seconda punta con compiti di movimento e un centravanti che doveva concludere l’azione. Niente di più semplice. Il terminale offensivo doveva essere tal Voriki che l’allenatore aveva portato con sé dal Ujpest, la sua precedente formazione. Caso volle che il ragazzo si fece male subito, gamba rotta e tanti saluti a stagione e carriera. Guttmann allora si guarda attorno, capisce di non avere scelta e cambia le carte in tavola al suo modulo e, col senno del poi, alla storia del calcio in generale. Dalla mediana pesca un ragazzotto robusto che di mestiere faceva la mezzala e gli cuce addosso il nuovo ruolo di punta playmaker. Il ragazzotto era Ferenc Puskas, uno che ha segnato 352 volte in 341 partite in Ungheria e 157 volte in 182 partite nel Real Madrid, nonostante fosse tutto tranne che un centravanti. Un falso nueve forse, anzi un hamis kilenc, per dirla in ungherese.

Giovanni Battistuzzi





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